La storia dell’Associazione e del Fondatore raccontata da PIO SCILLIGO in occasione dei 25 anni dalla nascita dell'IRPIR.
Pio Scilligo
Molti di voi
sono allievi della Scuola Superiore in Psicologia Clinica dell’IFREP ed anche
amici dell’IRPIR, pertanto oggi, grazie anche alla presenza di varie persone
che potranno dire qualche cosa sulle
nostre radici, desidero fare il punto così a braccio sulla nostra
nascita e su chi siamo.
Dal momento che,
fino ad ora, non abbiamo scritto niente, dirò
qualche cosa su come siamo nati.
Credo, infatti, sia un bene soffermarci a ricordare, non tanto con nostalgia, ma
con un senso di gioia,
a raccontare quante cose si possono fare quando c’è la voglia di creare
insieme. E chissà, ancora, quante cose saremo capaci di fare!
Nel
narrare la storia dell’IRPIR dovrò parlare piuttosto molto anche di me e questo
per farvi un’idea di cosa mi ha spinto a creare questa istituzione e con essa
il “nostro modo di avere un impatto sulle persone che incontriamo”. Sono
ritornato in Italia nel ’68, dopo venti anni di assenza e di vita in paesi con
culture molto diverse tra di loro. Sono vissuto quattordici anni a Hong Kong,
un anno e mezzo a Shillong nell’Assam in India, sei anni in California; tutto
questo dopo essere vissuto per dodici anni nella cultura Walser, una piccola
cultura che, ogni tanto, guarda in basso verso l’Italia e dice “loro”. Anche
io, a volte, dico ancora “voi italiani” e collego questo proprio alla mia
esperienza infantile di essere diverso dagli altri al di fuori delle gole delle
mie montagne. Dai 12 ai 19 anni mi sono fatto italiano Piemontese vivendo
prevalentemente nelle scuole
salesiane di Torino Richelmy, Lanzo Torinese, Avigliana, Valsalice e Foglizzo. Ritornato
in Italia, avevo dei grandi ideali scientifici, ma una cosa mi colpiva in modo
speciale: nelle discussioni tutto sembrava dominato dal normativo. Venivo da un
Master in Secondary Education conseguito presso l’Università di San Francisco e
un dottorato di ricerca in Educational Psychology conseguito all’Università di Stanford,
a Palo Alto. Là avevo imparato a usare con cautela il normativo, imparai ad
apprezzare il descrittivo, il rispetto per la scienza, per la diversità di
opinione e soprattutto ho imparato a osservare e a pensare molto prima di
tirare delle conclusioni su qualsiasi ipotesi empirica. Quando ero a Stanford,
Bandura era ancora agli inizi del passaggio da un comportamentismo vicino a
quello classico ad altri modi di pensare, come quello sociale di Walters e oggi
è così trasformato che a prima vista è un po’ difficile distinguere “la gente di Bandura
dalla nostra gente che sceglie, che guarda al futuro e che si crea le stelle
che poi segue”. In mezzo a stimoli di questa natura e una vaga sensazione di
essere precostruito e precostituito e veloce nel trarre conclusioni su poca informazione
teorica, ho toccato con mano, incominciando da me, che “le persone possono
essere in un altro modo”. Ero partito ventenne dall’Europa convinto del
determinismo genetico e incominciavo a sentirmi trasformabile e creatore del
mio futuro, sia pure con una dotazione genetica. L’aspetto chiave che mi ha
colpito e trasformato è stata la scoperta, viaggiando e vivendo in culture
diverse, che le persone possono cambiare radicalmente, possono essere nate in
una condizione e influenzate da esse per poi vivere in una maniera radicalmente
diversa. Mi sono reso conto di questo soprattutto nel passare da Hong Kong a
San Francisco. A San Francisco c’è una comunità cinese di oltre 150 mila
persone, molte di esse nate a Hong Kong o sul continente cinese. Ho potuto
notare che i cambiamenti che avvenivano nelle persone erano sostanziali; fu
l’esperienza che mi spinse a fare la tesi di dottorato a Stanford su come le
persone potevano cambiare i loro valori di base e quali erano i mediatori culturali
per tale cambiamento. Studiai i cinesi nati a Hong Kong, ma poi emigrati a San
Francisco, gli adolescenti cinesi di Hong Kong non
Mi resi conto, per
esperienza diretta, che ciò che le persone imparano e ciò su cui si
trasformano, deriva dal rapporto umano di vita e, secondo me, solo secondariamente
dalla dotazione genetica. A Hong Kong il rapporto umano significativo e
l’autorità significativa erano i genitori perché nella cultura cinese il
genitore e l’anziano erano i detentori della saggezza. A San Francisco per gli
adolescenti di prima generazione, in piena transizione culturale, il rapporto significativo
era costituito dagli insegnanti, le persone che aiutavano a passare la montagna
che separava una cultura dall’altra, come la stretta gola che separava la mia
valle dal resto dell’Italia, erano i traghettatori che trasportavano le persone
da una cultura all’altra. Invece per le generazioni ormai inserite nella
cultura locale, i genitori perdevano notevole potere, ed anche i maestri
contavano di meno; per questi adolescenti di seconda generazione ciò che dava
il tono al modo di essere erano le persone della loro età. Questo è anche
quello che avviene nei bambini piccoli, che vivono in famiglie dove ci sono
molti fratelli e sorelle, e dove l’apprendimento maggiore sembra avvenga non
attraverso quello che fanno i genitori, ma attraverso quello che fanno i
fratelli e le sorelle. Nell’apprendimento sociale sembra che abbiano l’impatto
più significativo i compagni di gioco, e sappiamo che il gioco è “l’università”
dei bambini.
Vi ho raccontato queste
esperienze non per caso. Ritornato in Italia mi aveva colpito il fatto che
dovevo essere uno strumento per aiutare le persone a fare il loro lavoro. A
quei tempi, dal momento che ero già
Ritornai in
California tutte le estati alla ricerca della soluzione. Scopersi presto un
centro che mi sembrava desse molto spazio alle persone: era il centro Esalen a
Big Sur, scopersi il Centro per lo Studio della Persona di Rogers a La Jolla e
quasi contemporaneamente l’istituto di Gestalt di San Francisco. Dal momento
che ero stato per sei anni in California e non mi ero accorto di tutto questo,
mi sono incuriosito e mi sono detto “ vado, vedo, scelgo e ritorno”. Non mi ero
neppure accorto del Mental Research Institute di Palo Alto nonostante che per
due anni e mezzo ci passavo a cinquanta metri almeno cinque volte alla
settimana attraversando University Avenue nell’andare a seguire le lezioni a
Stanford. Avevo scoperto che c’era molto da imparare al di fuori delle
università.
La curiosità e
la scoperta dei suddetti centri mi convinsero che in giro per il mondo c’erano
altri modi di fare le cose e così mi è venuta la voglia di fare esperienze di
gruppo in una maniera diversa, così che la gente potesse diventare consapevole
di se stessa. Già avevo fatto un piccolo esperimento qui a Roma nel 1973 quando
venni invitato ad animare un gruppo abbastanza grande di suore, una
cinquantina, in via Marghera. Fui accompagnato da Antonio Capodilupo, che
adesso lavora alla ASL di Latina, ed insieme, da novembre fino ad aprile, abbiamo
fatto degli incontri usando gli esercizi di Nati per vincere, allora non
ancora tradotto, e il manuale di Jongeward.
Credo sia stato il primo gruppo
sistematico in cui sono stati usati i concetti dell’Analisi Transazionale.
Credo che allora incominciai a cogliere come le persone possono riflettere su
se stesse, possono scoprire quello che è importante per loro e quindi, possono
fare delle scelte.
Finalmente
decisi di ritornare in California, con le informazioni che avevo, proprio per
vedere che cosa facevano là, e se c’era qualcosa da poter “spigolare” e che mi
aiutasse a risolvere i miei enigmi di manipolazione.
Nella primavera
del 1974, andai a San Diego all’istituto di Rogers, dove feci una settimana
residenziale di cui rimasi soddisfatto. Mi aveva colpito la delicatezza con cui
trattavano le persone; mi ricordo, ad
esempio, che al gruppo venne una schizofrenica; l’accolsero in una maniera
molto semplice, era zitta,
zitta…… non diceva niente…., ma ad un certo punto, dopo
circa due giorni di permanenza, disse: “Voglio dire qualcosa” e le abbiamo
lasciato tutto il tempo che voleva, e lei si aprì nel gruppo e si è sentita
accolta, capita, compresa, protetta, stimata e libera. Ho capito, in quel
momento, che lì vi era un gruppo che non manipolava, un gruppo che lasciava
crescere, un gruppo che permetteva alle persone di essere quello che volevano
essere.
Dopo questa
esperienza tornai in Italia, perché dovevo progettare una scuola di
specializzazione, ma non conclusi nulla. Tuttavia avevo già un “piano di
esplorazione” e in agosto andai in Olanda per fare altri dieci giorni
residenziali, nuovamente con i rogersiani. Questa esperienza fu un po’ più
insolita e incominciai ad essere criticamente selettivo. L’esperienza mi era stata
utile per capire ancora una volta che tutto può essere usato in due versi: per
il bene o per il danno.
L’anno seguente,
nell’estate del 1975, feci un mese residenziale con l’Istituto di Gestalt di
San Francisco.
Di
quell’esperienza ricordo che ero stanco morto perché si lavorava tutto il santo
giorno ed eravamo liberi solo il fine settimana. Lì incontrai un collega di
origine tedesca che mi nominò Bob Goulding ed anche Simkin, dicendomi che per
imparare delle cose bisognava andare da persone precise e non tanto nelle
istituzioni. Per quanto riguardava Simkin avevo conferma diretta di cosa si
imparava da lui, visto che l’istituto di Gestalt di San Francisco era gestito
da suoi antichi allievi. Per quanto riguardava Bob, avrei esplorato.
Dopo aver
incontrato anche i gestaltisti, nell’estate del ’75, andai a trovare Mary
Goulding a Mount Madonna, dove Bob e lei gestivano un istituto di Analisi
Transazionale. Riuscii a iscrivermi a una settimana residenziale condotta da
John McNeal e Kerfoot. Fu in quella occasione,
a fine settembre del ‘75, che decisi di iscrivermi all’Associazione
Internazionale di Analisi Transazionale, probabilmente il primo tra gli
italiani. L’EATA non esisteva ancora.
L’esperienza mi
piacque, come, nel suo insieme, mi piacque il mese residenziale di Gestalt a
San Francisco.
Ritornai
nuovamente in Italia e mi sembrava di aver scoperto delle idee, delle persone,
delle istituzioni, che avevano spazio per le persone. Dico questo sottolineando
il fatto che, a quei tempi, mi ero “imbattuto” nei gestaltisti, che non sono
normativi, ma ritengo sia stato utile crederci per un po’, perché grazie a ciò
mi sono reso conto, successivamente, di cosa non mi andava più bene. Tuttavia
avevo bisogno di capire di più e così tornai in California per tre anni consecutivi,
tutto il periodo estivo dal ’76 al ’78, perché avevo intravisto nei gestaltisti
un possibile ambito da esplorare. Mi sono indottrinato bene, perché feci il
mese residenziale estivo di Simkin del 76’, poi quello del 77’ ed infine quello
del 78’.
A Big Sur,
vicino alla casa di Simkin, c’era Esalen, che era nella iniziale lista di
ambienti da sperimentare. Feci due workshop là.
Simkin mi aveva
suggerito di andare e vedere anche se era in competizione con il direttore di
Esalen; mi disse comunque di andare e di vedere che cosa facevano. Là feci un
po’ di feldenkrais, una ginnastica autodiretta inventata da un fisico ebreo che
aveva i muscoli atrofizzati e che, con la sua ginnastica e la sua pertinacia,
aveva recuperato l’uso delle braccia e delle gambe. Mi colpì molto quando Simkin
mi disse: “Quelle sono le cose da imparare, dove tu usi le tue risorse e
diventi padrone della situazione”.
Non ritornai più
ad Esalen, mi sembrava un ambiente del puro qui e ora, che secondo me aveva
bisogno di un po’ di passato e di un po’ di futuro, almeno un po’. Infine,
sempre quella stessa estate, andai a fare
Nell’esperienza
con Bob e Simkin mi ha divertito scoprirli bravissimi, che si stimavano
reciprocamente e a Bob non stava bene che Simkin si arrabbiasse e a Simkin non
stava bene che Bob, bravo terapeuta come era, rovinasse tutto alla fine con i
tre cerchietti. Così imparai che si potevano ammirare le persone e si poteva
non essere d’accordo con il modello che usavano.
Dopo gli
incontri del ‘74 e del ’75, ho iniziato a pensare di fare dei gruppetti. Nel
1976 ho iniziato a lavorare con un piccolo gruppo, le “radici” di questa
Istituzione. C’erano Mariangela Figini, Susanna Bianchini e c’era una persona a
noi preziosissima, Lucia Caredda, che ci ha convinti più tardi ad iniziare
l’attività a Cagliari. C’era inoltre Raffaella Leone Guglielmotti. Tutte queste
persone, insieme ad altre, sono state le “prime”, quelle con cui noi abbiamo
iniziato a sperimentare come fare formazione.
Inizialmente
facevamo i gruppi per due ore, il giovedì sera. Un poco alla volta ci siamo
resi conto che due ore erano troppo brevi e siamo passati alle mezze giornate e
da quelle, sempre sperimentando e cercando la modalità che ci permetteva di
lavorare bene, siamo arrivati alla modalità del fine settimana.
Il gruppo si è
infoltito nel ’77 con l’arrivo di Serena Barreca, Mara Scoliere, Carla De
Nitto, Lucia Fruttero, Maria Luisa De Luca, Daniela Marletta, Maria Teresa
Tosi. Eravamo un gruppo ormai dove c’erano gli anziani e le nuove leve.
Nel frattempo
continuai le mie visite in California. Andavo in California a confrontarmi sui
dubbi che emergevano nell’esperienza con i gruppi qui a Roma. Feci un workshop
con Milton Erikson a Phoenix nel Texas. In quell’occasione scoprii di essere
“figlio unico” pur essendo il nono di dodici fratelli. Iniziando quelle
giornate Milton disse: “Voi non lo sapete ma tra di voi ci sono dei figli unici
e non lo
Milton sapeva cogliere
cosa era importante per la persona, non gli interessava essere formale,
inserire la gente entro schemi precostituiti; coglieva quello che la persona
era e la aiutava ad espandersi, ad avere
Finii il
training con Simkin a Big Sur, tre mesi residenziali; feci un altro mese estivo
con Bob e Mary Goulding, e poi ancora un mese intero con i rogersiani a La
Jolla. Con i rogersiani ho imparato molto e
Per concludere,
sperimentai la bioenergetica, sia a livello di gruppo e sia a livello di
terapia individuale personale per poi non sceglierla.
Ancora oggi la
ritengo importante per le persone che hanno problemi di strutture muscolari
contratte per eccesso di strutturazione psicologica. Per tali persone ritengo
che la bioenergetica abbia qualcosa di importante da offrire ma ritengo che la
persona abbia mille sfaccettature e siano necessari mille modelli per farle
giustizia. Così conclusi il mio giro di esperienze con due workshop al Mental Research
Institute di Paolo Alto con Watzlawick, con Fisch e con Weakland. Watzlawick mi
insegnò ad apprezzare e a non adorare l’ipnosi perché ciò che contava era la
motivazione della persona, l’ipnosi era solo tecnica aggiuntiva. Con Fisch e
Weakland imparai che il confronto con altri colleghi era essenziale nell’affrontare
la complessità umana. Con un altro docente del centro, di cui non ricordo più
il nome, imparai a osservare i movimenti del corpo per scoprire come le persone
gestivano il dolore. L’estate del ’78 conclusi il mio pellegrinare Californiano
alla ricerca di una soluzione. Conclusi che non c’era una soluzione, bisognava
continuamente osservare e creare e verificare la creazione.
Nel mezzo di
queste esperienze formative nel ’77, io con Carla Del Miglio e Raffaella
Guglielmotti abbiamo creato un’associazione chiamata IGAT, Istituto di Gestalt
e di Analisi Transazionale. Quella è stata la prima radice formale del nostro
percorso storico che poi sfociò nella creazione dell’IRPIR.
Nel 1976 avevo
chiesto alla Facoltà di Scienze dell’Educazione dell’Ateneo Salesiano di aprire
presso l’Università una attività clinica che si occupasse della formazione. La
proposta non andò in porto, anzi
La situazione di
sospensione per creare qualcosa di stabile in ambito accademico si protrasse
per due anni. Sperimentavo difficoltà al sentirmi continuamente osservato a
distanza senza avere il privilegio di poter far vedere cosa facevo. L’uscita
dall’incertezza fu un colpo di Provvidenza. All’Ateneo Salesiano c’era un
rogersiano molto bravo. Quando divenne uno dei responsabili della formazione nel
mio ordine religioso, gli spiegai quale era la situazione, cosa facevo e le
difficoltà che incontravo nel portare avanti un progetto che ritenevo altamente
educativo in ambito universitario. Mi disse: ”Beh, chiedi ai superiori di darti
il via libera di fare l’attività altrove”. Era arrivato il momento giusto per
questo input. Chiesi subito ai grandi capi ed ebbi senza difficoltà il via
libera e mi dissero: “Fai, però, appena puoi, dà l’attività in mano ai tuoi collaboratori
e tu ti ritiri….”.
Oggi, un poco
alla volta mi sto ritirando perché ho trovato dei collaboratori favolosi.
Ho raccontato
questo, perché mi sono accorto che quando nelle istituzioni si ha a che fare
con i grandi leader, a volte, questi hanno una grande apertura e colgono le
possibilità, ma è necessario anche dare spiegazioni, dicendo loro cosa si fa,
in che modo lo si fa e dove probabilmente si vuole arrivare e come si prevede
di gestire i rischi implicati. Ho trovato che questo è vero in tutti gli
ambienti, compreso quello della Sapienza dove introdussi con fatica e successo
i semestri e facendo iniziare l’anno accademico a ottobre anziché a novembre.
Con un via
libera dall’alto, perché non ero un ribelle, ho iniziato a fare le cose fuori
dell’ambiente universitario e voglio raccontarvi un poco quali sono state le
peripezie. La prima sede esterna è stata in un seminterrato in via Conca d’Oro,
da cui siamo andati via pochi mesi dopo per una serie di difficoltà sorte dalla
fama che quell’ambiente aveva per attività precedenti. Di lì siamo arrivati in
via Tagliamento, ospitati generosamente in un appartamento al terzo piano
appartenente a ****. Anche lì siamo rimasti per poco tempo. Era il tempo dei brigatisti
rossi e siamo stati presi un po’ per brigatisti rossi, perché anche allora gli
allievi lasciavano i cancelli aperti e il via vai spinse le persone a mettere
dubbi sulla nostra identità. Dopo la minaccia di farci sloggiare con gli
avvocati ci siamo trasferiti in una villetta vicino a Castel Madama, poco
lontano dall’uscita dell’autostrada. Restammo lì per circa un anno.
Nel frattempo,
nel 1981, era nato l’IRPIR, e nell’86 lo affiancammo con l’IFREP. Solo nel ’93
abbiamo creato il nuovo IFREP, che esiste oggi. Oggi non esiste più il vecchio
IFREP.
Nonostante
questi cambiamenti formali di natura associativa, eravamo sempre noi, gli
stessi pieni di entusiasmo e con buone stelle guida davanti a noi. A cominciare
dagli anni ’80, la gente ha incominciato a conoscerci attraverso gli allievi
che frequentavano i nostri corsi che gradualmente venivano strutturandosi.
Nel ‘78 e nel
‘79, nacque la terza generazione di persone che hanno dato un grande contributo
al nostro sviluppo: Maria Gioia Milizia, Maria Grazia Cecchini, Luana Sevirio,
Chiara Bergerone, Angela Maciocchi, Maria Ferro ed altri. Le persone con cui vi
trovate in buona parte oggi, sono quelle della prima, della seconda e della
terza generazione anche se poi molti altri si sono aggiunti e così ci siamo moltiplicati.
Nell’87 siamo
andati a Pordenone ed abbiamo aperto una sede presso il centro IRIPES dei
Salesiani e la collaborazione di don Giorgio Tomolo e don Ernesto Gianoli che
avevano fatto il quadriennio da noi a Roma dopo che ci eravamo trasferiti in
Via Monte Fano. Da Pordenone abbiamo dovuto “traslocare” perché, come in tutti
i posti, arrivavano nuovi dirigenti che avevano vedute nuove.
Imparammo a fare
traslochi come faceva don Bosco con il suo Oratorio; egli diceva che i cavoli
trapiantati crescevano meglio e noi siamo cresciuti attraverso diversi
trapianti. Siamo andati a Mestre dove, per diversi anni, abbiamo lavorato negli
alberghi, quasi sempre al Bologna di fronte alla stazione.
Nel ‘91, sotto
insistenza di Lucia Caredda, siamo andati a Cagliari, ed anche lì abbiamo
aperto la prima sede presso i Salesiani di via Fra’ Ignazio grazie
all’accoglienza di don Paolo Piras e don Medde. Di là abbiamo traslocato dai
Salesiani di Selargius grazie alle larghe vedute di don Varese fino al suo
trasferimento che segnò anche il nostro trasloco a Piazza Dettori. Ho imparato
che i cavoli trapiantandosi davvero crescono e alla fine ci vuole un campo
tutto loro per fare buone radici.
Nel ‘91, in con
la collaborazione di Antonio Arto, Eugenio Fizzotti, e Herbert Franta,
insistetti per la terza volta per aprire una scuola di specializzazione presso
la Facoltà di Scienze dell’Educazione; bisognava cogliere la palla al balzo,
perché era il periodo in cui erano già in vista i riconoscimenti delle scuole.
Riuscimmo finalmente a creare la scuola di specializzazione dell’UPS, sognata
per quindici anni. Abbiamo aperto la scuola con l’intesa di una collaborazione reciproca:
i nostri allievi dell’IFREP si sarebbero iscritti all’UPS, ottenendo quindi un
diploma universitario, noi avremmo contribuito a dare i docenti, e Franta
avrebbe formato un gruppo di nostri docenti. Il programma collaborativo fu
pubblicato in Polarità.
Dopo circa due
anni, la vita divenne difficile: avevamo due sedi fuori Roma e una a Roma. La
nostra istituzione era grande, l’FREP, era grande e si verificò un enorme
disagio a causa di continui e improvvisi cambiamenti di programma presso la
scuola dell’UPS; la condivisione delle idee e delle risorse divenne molto
difficile. Nel ’94 la collaborazione con l’UPS fu interrotta per nuovi iscritti
perché due sedi dell’IFREP erano fuori Roma. La scuola dell’UPS continuò senza nuove
iscrizioni dopo quella del ‘91. Nel frattempo era emerso il problema del
Consiglio di Stato, presso il quale era stato messo in dubbio il diritto ai
privati di gestire scuole di specializzazione in psicoterapia. Noi avevamo
fatto la domanda di riconoscimento e nel novembre del ‘94 la scuola ricevette
il parere positivo della commissione del MURST. La firma del decreto venne bloccata
a causa dei ricorsi che erano stati fatti al Consiglio di Stato.
Per la scuola
dell’UPS nella primavera del ‘74 avevo suggerito un percorso diverso da quello
della commissione MURST e ciò fruttò il riconoscimento della scuola
universitaria a metà novembre del 1974.
La previsione e
il canale suggerito aveva funzionato. La scuola dell’IFREP rimase tra i
cosiddetti ”guadisti”, approvata dalla commissione ma senza la firma del
ministro.
Le ultime scuole
che ottennero la firma furono quelle approvate dalla commissione nella riunione
di settembre ‘94. Noi avevamo le carte in regola, ma per alcuni cavilli,
l’approvazione venne rimandata
a ottobre. Ciò
ci costò un ritardo di quattro anni della firma del Ministro.
Per noi ciò fu
un dramma, soprattutto perché vi erano delle persone iscritte. Potete leggere
un paragrafo di un articolo che ho scritto nella rivista, dove mi lamento con
lo Stato italiano che, per la sua lentezza e
Pertanto dissi,
ad alcuni dei nostri allievi che si fidavano di noi, “andiamo a fare il
training in Spagna”. Noi, come istituto, avremmo dato un contributo del 30% ed
il resto lo davamo agli allievi per conseguire il diploma all’estero presso
l’Università di Barcellona. La cosa poteva funzionare e si creò una struttura
di fattiva collaborazione con l’Università di Barcellona. Dopo un anno, anche
questa soluzione cominciò a essere scrutinata, perché qualcuno andò al Ministero
a dire che vi erano degli italiani che facevano formazione all’estero per poi lavorare
in Italia.
Nella nostra
storia ricordo il 1997 come l’anno nero, perché fu un anno molto difficile; fu
l’unico anno in cui andammo in passivo di 60 milioni, ed eravamo pronti a
chiudere e muoverci in direzioni completamente diverse. Probabilmente ci
saremmo orientati verso attività aziendali, forse saremmo morti. Invece, per
quanto riguarda gli allievi che rimanevano in formazione, avevamo trovato
un’altra soluzione: in quello stesso anno riuscii ad avere un accordo con l’Università
Salesiana, in base al quale, quelli che erano iscritti all’ IFREP, potevano
essere iscritti presso l’Università, anche con effetto retroattivo. In questo
modo trovammo una soluzione per quelli che si erano fidati di noi e si erano imbarcati
con l’esperienza costosa di Barcellona. A quel punto sospendemmo il progetto di
Barcellona.
Racconto tutto
questo per sottolineare ancora una volta come, per me, l’aspetto più importante
del lavoro sono le persone; in quel momento era prezioso, per noi, rispondere
proprio a quelle persone che ci avevano dato fiducia. Siamo al servizio di
coloro che hanno voglia di crescere e diventare autonomi.
Nel 1998 si aprì
una “nuova era”. Si sbloccò il problema del Consiglio di Stato, che riconobbe
che la legge dell’89 era, a pieno diritto, interpretabile a favore
dell’esistenza delle scuole private.
Per noi era
stata sicuramente una vittoria molto grossa l’essere riusciti a sistemare
all’Università gli allievi del ‘97 iscritti all’ IFREP, perché a quei tempi
l’Università Salesiana era l’unica, oltre alle Università di Stato, che dava
dei diplomi riconosciuti in Italia.
Il ‘98 è stato
per noi il passaggio del Mar Rosso.
Ora stiamo
andando avanti con molta speranza e gloria grazie ai nostri allievi, che sono
bravi, intelligenti, e pieni di idee. Andiamo avanti soprattutto grazie ad una
collaborazione stretta tra uno staff
altamente
qualificato ed allievi motivati professionalmente.
Una quindicina
dei docenti dello staff hanno fatto esperienze simili alle mie, molto più brevi,
in California, non tanto perché pensassi che avevano moltissimo da imparare in
California, ma per verificare di prima mano che la formazione acquisita qui era
solida, era sana, tanto quanto quella del “paese dei sogni”. Abbiamo avuto la
riprova di questo anche in tempi recenti quando siamo stati messi a confronto con
gli altri paesi europei: i nostri sono sempre usciti tra i più qualificati
professionalmente.
Dal 1989 siamo
affiliati alla European Association for Transactional Analsysis, affiliazione
che ci ha permesso di confrontarci con diversi Analisti Transazionali a livello
europeo. Oggi siamo il gruppo più folto di Analisti Transazionali in Italia: costituiamo
oltre il 70% dei soci AT italiani, oltre il 75% degli analisti transazionali
italiani, oltre il 10% dei soci europei.
Questo significa
che c’è della gente che continua a confrontarsi, che continua a mettersi nella
posizione di creare idee, ed il piccolo convegno di oggi credo sia una prova
del fatto che cominciamo a lasciare dei segni nell’Analisi Transazionale e che
stiamo creando cultura. Vorrei rimarcare che siamo “anche Analisti
transazionali”, nel senso che guardiamo ad orizzonti più ampi. Credo che come
esseri umani, siamo così complessi da non poter essere inseriti nella scatoletta
di un modello, e credo che è più importante “attingere da ogni scatoletta le
perle che ci sono dentro, così da farne una collana che mostra quanto sono
belle le persone che le portano e quanto sono capaci e competenti”.
Quale sarà il prossimo futuro?
Ritengo che sarà bello, che sarà un
futuro nel quale bisognerà lottare. Siamo sempre su un’altalena, dovremo sempre
misurarci con una caverna e con una pianura: nella caverna ci si rifugia, si
pensa, si
Credo che sia
questo il futuro che ci attende.
Siamo in una
fase di passaggio, da una gestione un po’ centralizzata ad una gestione un po’
meno centralizzata, ma ancora fortemente coordinata. Prevedo che in futuro
faremo gruppo, saremo un’unione di persone che hanno le loro autonomie e anche
la capacità di fare una forte dialettica italiana; spero soprattutto che non
diventeremo centri di potere che vanno all’arrembaggio in ordine sparso, ma
persone che sanno coagularsi in forze creative capaci di giocare sull’altalena
della vita.
Speriamo di
essere presto un faro a Palermo e a Bologna, anche se mi sento un po’ deluso
dalla logica con cui veniamo percepiti, dal momento che non siamo stati
riconosciuti a Palermo per le stesse identiche ragioni per le quali prima siamo
stati riconosciuti a Venezia ed a Cagliari.
Ci daremo da
fare come in passato, con la prospettiva di dare spazio alle persone di
diventare creatori, autonomi e capaci di costruire questo mondo; di essere
davvero messaggeri di genuina globalizzazione: un impegno a dialogare senza
spaccare vetrine, a condividere beni senza derubare, ad arricchire senza
manipolare, ad innovare senza distruggere. Questo è ciò che per me significa
essere assertivi e non competitivi, essere fedeli al principio vita mea,
vita tua.
Vita mea vita
tua è
la stella che possiamo seguire.
Ho condiviso con
voi alcuni miei modi di vedere e le esperienze che mi hanno guidato nel creare
quello che insieme abbiamo realizzato.
Il mio augurio è che le lotte e il successo del passato ci siano di incoraggiamento per le lotte e il successo del futuro.